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Posts Tagged ‘silenzio’

Plàcati ché nulla è immobile.

Non puoi rincorrermi per sempre, dicevo.

Ma allora dove sei? E da dove viene questo silenzio?

Non riesco più a sentire che il mio respiro.

Non mi capacito. Non è possibile che io abbia perduto il mio segugio.

Eppure sono ancora dentro il labirinto.

Ti aspetto, senza opporre resistenza.

Sono qui.

Senza barricate nè difese.

Perchè è questo che voglio.

Perdermi.

 

Ti prego, prendimi.

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Percorrendo, andando,

non lasciando, ma soprassedendo.     

Sono, sei, siamo.

Non è scorrevole, né immediato il sentire comune,

siamo immersi nella stessa aria rarefatta.

Il torbido me lo porto dentro, lo trascino,

come farei a sentirmi viva altrimenti?

Mi piace punzecchiarmi,

osservarmi all’opera,

stare a guardarmi,

capire.

Se quel che osservo divenisse tangibile mi ritroverei in un universo di gesti e intenzioni mancate.

E’ davvero così stupefacente per me avere prova di quel che gli altri non dicono, del ronzio sopra le loro teste, di quel motore che non si ferma mai.

E del lavorìo ininterrotto tra le pause.

Io interpreto, do un nome, giustifico, rendo plausibile per non perdermi di nuovo.

I silenzi valgono, non hanno un nome, ma sono veri, significano.

Più delle parole.

 

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Vita dura, vita pratica.

Mi sto scontrando come un ariete impazzito con tanti problemi in questo periodo e attualmente sono proprio stanca e, anche se non ho voglia di ammetterlo, scoraggiata.

Mi sento come Don Chisciotte contro i mulini a vento,

perchè spesso ritornano a galla vecchie questioni, mai realmente risolte,

semplicemente saltano fuori da sotto il tappeto..

In questi anni ho portato avanti me stessa e una serie di delicati equilibri con tanta determinazione, cercando di non lasciarmi afferrare dalla frustrazione e dallo sconforto, mettendo pezze agli strappi degli altri. Lo faccio spesso, mi stanco, mi consumo, ma non ho ancora imparato a dosarmi, a dosare le mie energie, per non ritrovarmi poi così stanca e debilitata. Mi dicono che si impara, che ad un certo punto se non è la testa è il fisico a chiedertelo, di fermarti, di riprendere fiato.

Credo che mi stia succedendo ora, comincio a capire che tutto ha un limite, e che io devo rispettarlo.

E che devo ascoltarmi di più, assecondare quello che sento e non lasciarmi tirare in qua e in là come un fantoccio elastico.

Non pensavo che sarebbe stato così faticoso dire basta perchè si è stanchi.

E’ un paradosso,

ma è necessario.

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La trama.

Shh.

Pausa, silenzio.

Assenso.

Assenza da se stessi e lontananza dalle cose,

ché l’immateriale stavolta è più importante. Conta di più.

Vale.

Significa.

E in quanto tale regala esistenza

e dona silenzio finalmente.

Tradire la frenesia del mio vivere è stato utile.

Prendersi poco sul serio, lasciarsi andare, amare le proprie mani perchè vive

ha dato un senso.

Trattenere il respiro, decomprimersi.

Non siamo assoluti, né necessari, per quanto lo vorremmo.

Ma siamo.

Dare un senso a questo dischiude, srotola, svolge i fili.

Le mani cercano di calmare le dita frettosole di arrivare al bandolo.

Nervature, increspature di saggezza portano infine alla lentezza.

Shh.

E’ lì il segreto.

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Le statistiche del silenzio mi dicono che tacere fa bene ai pensieri a volte.

Ho taciuto e ho pensato.

E poi, presa dalla sollecitudine del senno di poi,

ho fermamente convinto me stessa che posso giocare solo con le parole,

che non si deve continuare a percorrere la strada del prendo per il culo me che così ci cascano pure gli altri.

Volta la carta e volta la facciata.

Mi sono ritrovata un amore per le mani,

felice detto sottovoce,

e non so quanto durerà.

Non so se farò le valigie del terrore.

No, non credo.

Non so se merito, non so se devo.

Non  so se il cosìcicascanopureglialtri ho voglia di lasciarlo.

Insomma, come si fa a voltare pagina da se stessi?

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